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La cartomante ( capitolo 129 )


di chiara94
17.10.2026    |    1.244    |    168 7.6
"Antonio rimane il termine di paragone, quello con cui Ferdinando rischia di essere confrontato, e io non posso fare a meno di percepire quanto questa differenza pesi anche nella mia mente..."
Scoppia nuovamente a ridere davanti a me, divertita dalla mia incertezza a gestire quello che sta succedendo: «Valerio, ti piaccio più con la parrucca, che al naturale? Quando eravamo in macchina, facevi tante storie. Ma quando siamo stati su quella panchina, non ti sei fatto scrupoli. Eppure mia figlia era a una decina di metri, nel bar. Il tuo cazzo non mentiva».
La guardo, cercando di non lasciarmi condizionare dalle sue provocazioni. La sua sicurezza mi irrita.
Lei, intanto, riprende a parlare, senza concedermi il tempo di riordinare i pensieri: «La prima volta che mi hai vista in quel locale, i tuoi occhi sono rimasti incollati a me. Ti sei eccitato a vedermi con tanti miei coetanei, vero? Ti è venuto duro, immaginando che uno sarebbe stato il fortunato? Infatti poi ti sei messo a seguirmi. Volevi guardare, vero?».
Sospiro, senza distogliere gli occhi da lei. Non le rispondo: so che sta cercando una reazione, qualcosa che possa interpretare come una conferma delle sue insinuazioni. Se mi mostro imbarazzato, se balbetto o mi arrabbio, le offrirò un nuovo appiglio.
Mi domanda ancora, incalzandomi con un tono che oscilla tra la derisione e la provocazione:
«Cosa c’è, Valerio? Ti vergogni? Hai paura che lo dica a Giulia? Lo sa già, e lo sai perfettamente.»
Per un istante abbasso gli occhi verso terra. È un gesto breve, quasi involontario, ma mi serve per raccogliere i pensieri e sottrarmi alla pressione del suo sguardo. Poi torno a guardarla. Non voglio che scambi il mio silenzio per paura di essere scoperto, né che continui a condurre la conversazione sul terreno che preferisce: «Non è quello il problema, Deborah. Hai detto che eri coi tuoi coetanei. Ma non erano tuoi coetanei, al massimo miei. Tu credi di avere gli stessi anni di Giulia, ma non è così.»

Lei mi guarda e scoppia a ridere. La risata, però, dura soltanto qualche secondo. Poco alla volta il sorriso scompare, lasciando spazio a uno sguardo carico di odio. Il cambiamento è così netto, che mi domando se le mie parole abbiano colpito qualcosa che non vuole ammettere. Fino a questo momento si è divertita a provocarmi; adesso sembra aver perso la voglia di scherzare.
Usa la cattiveria per rispondermi: «Valerio, pensa piuttosto alla sborra di Antonio nella bocca di Giulia. E pensa che l’ha addirittura ingoiata».
La sua risposta è studiata per ferirmi. Deborah abbandona ogni tentativo di discutere della sua età e riporta la mia attenzione su Giulia e su quello che è successo con Antonio. Sa che questo argomento continua a tormentarmi e vuole impedirmi di ragionare con lucidità. Le sue parole fanno male, ma non le concedo il diritto di decidere come devo reagire.
Devo evitare che la rabbia prenda il posto del ragionamento.

Un pensiero, però, si fa strada nella mia mente. Un attimo, ci potrebbe essere anche un'altra spiegazione. È un'ipotesi forzata, lo riconosco, ma non posso scartarla senza averla esaminata. La mamma di Giulia è questa: è un fatto che devo includere nel mio ragionamento. Forse esiste un collegamento che ancora mi sfugge, qualcosa che potrebbe cambiare il significato di alcuni episodi. Ma non posso confondere una possibilità con una certezza, soprattutto quando ho un motivo personale per desiderare che sia vera.
Devo continuare a tenere presente che Giulia ha bevuto la sborra di Antonio. Non posso cancellare ciò che ho sentito soltanto perché una spiegazione alternativa mi permetterebbe di soffrire meno.
Se Giulia ha scopato con Antonio, la mia teoria è sbagliata. Del resto, perché Giulia avrebbe dovuto mentirmi? E Antonio? Non avrebbe senso. Mi domando quale motivo avrebbero avuto per raccontarmi una versione falsa dei fatti, soprattutto se non esiste una ragione concreta per farlo.
Del resto, pompino o non pompino, rimarrebbero le innumerevoli scopate. Non la perdonerei ugualmente. Dunque, che senso avrebbe mentirmi? È questo il punto che non posso ignorare. Anche se trovassi una spiegazione diversa per un singolo episodio, resterebbe tutto il resto, insieme alla delusione e alla diffidenza che ormai condizionano il mio giudizio su Giulia.

La presenza di Deborah perde importanza rispetto ai pensieri che mi stanno attraversando. Per quanto possa essere coinvolta in questa vicenda e conoscere particolari che io ignoro, non è lei a poter decidere che cosa devo credere.
Le sue provocazioni non cambiano i fatti e non mi offrono risposte affidabili. Restare ancora qui significherebbe soltanto permetterle di trascinarmi in un confronto inutile. La madre di Giulia non può spostare in alcun modo gli equilibri.
Ho bisogno di allontanarmi per riflettere senza averla davanti, distinguendo ciò che so da ciò che sospetto. Non ho ancora risolto i miei dubbi, ma continuare a parlarle non mi aiuterà a farlo.
Mi giro per andarmene, convinto che il confronto sia finito. Ma proprio mentre sto per allontanarmi, la sua voce mi raggiunge ancora una volta: «Valerio, non vuoi più giocare? Non ci sono solamente io, in questo palazzo».

Mi fermo. Il tono ambiguo di Deborah mi impedisce di liquidare le sue parole come una semplice provocazione. Potrebbe voler soltanto spaventarmi, ma potrebbe anche cercare di farmi capire che la situazione è più complessa di quanto immagini. Non so quale delle due possibilità sia quella giusta e, proprio per questo, non posso ignorarla.
Mi guarda con un ghigno stampato sul volto, poi scoppia a ridere, come se la mia inquietudine fosse lo spettacolo più divertente a cui possa assistere: «Hai paura, Valerio? Non hai idea di chi ci possa essere. È molto buio. Qualcuno potrebbe comparire all'improvviso e colpirti, senza che tu te ne accorga. E tu cadresti come una pera cotta. Del resto, sei già abituato. La tua sceneggiata per far sentire in colpa Giulia è stata molto patetica. Come tu sei patetico come ragazzo. Vuoi impedire a mia figlia di frequentare altri ragazzi e poi tu sei il primo che esci con un'altra. Solamente che Giulia è una brava ragazza: fa le cose alla luce del sole, non ti nasconde nulla. Lei ti ha proposto di diventare il suo ragazzo e avrebbe chiuso con quei due. Tu le hai detto di no, ma non perché mia figlia non si sa comportare. Solamente perché tu vedevi un'altra di nascosto, e come avresti fatto a mettere le foto sui social, o ad apparire pubblicamente con lei? La tua famiglia è molto ricca e potente, mia figlia è bellissima; la cosa non sarebbe potuta rimanere nascosta. L'altra Giulia l'avrebbe scoperto subito, anche perché lei conosce Brando. Lo conosce molto bene. Anche mia figlia la conosce, ma non lo sa».

Rimango a guardarla, cercando di separare le provocazioni dalle informazioni che potrebbero avere un significato reale. Le sue accuse mi lasciano indifferente, ma è un particolare del suo discorso ad attirare davvero la mia attenzione: il riferimento a Brando e al rapporto che avrebbe con l'altra Giulia. Quando aggiunge che anche sua figlia la conosce, pur senza saperlo, la curiosità prevale sulla volontà di andarmene. Potrebbe esserci un collegamento che ancora mi sfugge.
Le domando: «Cosa significa?»
Deborah torna a ridere, rendendosi conto della mia confusione di fronte alle sue parole: «Niente, Valerio. Niente. Adesso non è quello il problema. Il tuo problema è uscire da qui, ora».
Sta solamente cercando di spaventarmi. Se la mia teoria è giusta, non devo temere niente. O almeno spero. Non posso dimenticarmi che Giulia voleva che io e Antonio ci battessimo con le armi. Uno dei due sarebbe potuto soccombere definitivamente.
Cerco comunque di non lasciarmi sopraffare dalla paura: «I tuoi complici sono così codardi?»
Le mie parole hanno solamente l'effetto di alimentare le sue risate: «Valerio, se mi dici così, allora non hai capito niente».
La sua risposta mi irrita. Però devo stare calmo. Ho capito tutto e lei lo sa bene. È inutile che cerchi di confondermi. La spiegazione può essere solamente una.

Intanto, Deborah si gira improvvisamente verso una finestra e cambia argomento: «Ti faccio una proposta, Valerio. Finché non deciderai di diventare il ragazzo di mia figlia, ti farò io i pompini. Anche tutti i giorni. Non potrò scopare con te, perché lo vedrei come un tradimento sia nei confronti di mia figlia, sia di mio marito. Di nascosto ti succhierò il cazzo, tutte le volte che vorrai. Ti ricordi come eri preso su quella panchina?».
Rimango sorpreso, soprattutto per la disinvoltura con cui Deborah mi propone questo accordo. Il riferimento alla panchina è deliberato. Deborah vuole riportarmi a quell'episodio e ricordarmi che, nonostante le mie resistenze, sono stato attratto da lei. Cerca di trasformare quel momento in una prova a suo favore, ma il fatto che io abbia provato desiderio allora non significa che debba accettare adesso le sue condizioni.
Non ho un attimo di esitazione nel risponderle: «È vero, Deborah, ma ora che so che sei tu, il mito della ragazza dai lunghi capelli lisci lilla è svanito».
Lei si gira improvvisamente, con uno sguardo pieno d'odio: «E come mai? Io e Giulia siamo praticamente identiche».
La somiglianza non cancella le differenze e non può obbligarmi a provare qualcosa: «È vero, ma non sei una mia coetanea».
È questo il punto sul quale non intendo arretrare: non voglio che utilizzi la somiglianza con sua figlia per convincermi ad accettare una proposta che non desidero.

Deborah fa un profondo respiro. I suoi occhi sembrano spiritati e il volto le si irrigidisce, come se stesse cercando di trattenere una rabbia che non riesce più a controllare. Per qualche istante rimane in silenzio, poi prende una sedia e la lancia verso di me. Riesco a evitarla appena in tempo.
Il suo comportamento mostra quanto sia diventata instabile la situazione: le provocazioni non le bastano più e adesso passa direttamente alle aggressioni.
La mamma di Giulia prende un'altra sedia e ripete il gesto. Nuovamente la scanso: «È inutile, Deborah. E poi, anche se mi colpissi, cosa otterresti?»
Le mie parole sembrano farla esplodere. Deborah si mette a urlare, come se avessi appena toccato il punto più doloroso della sua storia: «Valerio, Giulia non sa fare i pompini. E io la sborra la bevo tutta. Non me ne faccio scappare neanche una goccia. Mi lecco anche le labbra, per non lasciarne neanche una traccia infinitesimale.»
Elenca le proprie capacità con ostentazione, come se potesse stabilire una superiorità sulla figlia e convincermi che dovrebbe essere lei da preferire. Non cerca più di ragionare con me: vuole imporsi, provocare una reazione e costringermi a riconoscerle un vantaggio.
Io, però, noto una contraddizione nel suo tentativo di distinguersi. È talmente concentrata sulle differenze che rivendica, da sembrare incapace di considerare ciò che potrebbe accomunarle.
Per questo le faccio notare un piccolo particolare: «Anche Giulia.»
La mia osservazione è breve, ma Deborah mi guarda in modo strano, come se non si aspettasse una risposta del genere. Non replica immediatamente. Sembra cercare una risposta che le permetta di recuperare la sicurezza appena perduta.
Io resto fermo, cercando di capire se il mio commento abbia davvero incrinato le sue certezze o se stia semplicemente preparando un'altra provocazione.
I secondi passano e continua a regnare il silenzio. Siamo l'uno di fronte all'altro e sento il ticchettio dell'orologio. Dopo le urla e le sedie lanciate, quell'immobilità è quasi innaturale. Non è una vera pausa: entrambi sembriamo aspettare che sia l'altro a compiere la prossima mossa.

Improvvisamente la mamma di Giulia scoppia a ridere.
La sua reazione mi lascia perplesso: non so se abbia trovato una risposta che considera convincente, se voglia nascondere il proprio imbarazzo o se stia cercando di riprendere il controllo attraverso un comportamento imprevedibile. Questa alternanza tra rabbia e divertimento rende difficile capire quali siano le sue intenzioni.
Aspetto una decina di secondi, acquistando sempre maggiore sicurezza, e poi affondo il colpo: «Puoi assomigliarle, ma non sei una mia coetanea».
Ripeto il concetto perché voglio che sia chiaro: non mi interessa stabilire chi sia più brava a succhiare il cazzo.
Deborah continua a insistere sulla somiglianza con Giulia, come se questo bastasse a cancellare ogni differenza tra loro. Io non accetto il suo ragionamento: essere stato attratto da un'immagine non significa esserne prigioniero.

Sentendo queste parole, Deborah inizia a urlare: prende la parrucca, se la toglie e la butta a terra. Poi comincia a prendere a calci e a colpire tutto quello che trova.
La scena che ho davanti è quella di una donna che sembra aver perso ogni capacità di contenere la propria rabbia. La parrucca, con cui fino a poco prima costruiva l'immagine della ragazza dai lunghi capelli lisci lilla, finisce a terra; è come se Deborah volesse distruggere il simbolo stesso di quella figura.
Non so se stia soltanto sfogando la propria frustrazione o se voglia anche intimidirmi, ma una cosa è certa: la situazione è diventata imprevedibile e non ho alcun motivo per restare. Ho una confusione addosso incredibile; ho tante idee, ma tutto può essere il contrario di tutto. Questo confronto, invece di chiarire i miei dubbi, ne ha aggiunti altri.
Mentre esco dalla porta della stanza, Deborah torna alla carica: «Aspetta, Valerio, credi veramente di poter andare via così?»
Mi fermo, senza girarmi: «Cosa abbiamo ancora da dirci?»
Cerco di mantenere un tono controllato. Rimango immobile soltanto per ascoltare la sua reazione, senza avvicinarmi di nuovo e senza accettare di trattenermi più del necessario.

Sento i passi della mamma di Giulia, che si avvicina a me. Deve essere vicinissima. Sento il suo respiro: «Valerio, ho voglia della sborra di un diciottenne. Ha un sapore diverso, è più buono. E un ragazzo ne fa molta di più. Mio marito inizia a farne meno. Ormai non sono più delle vere sborrate in gola. Sono degli spruzzi che rimangono lì».
Dopo la sua esplosione di rabbia, torna a parlare di bere la mia sborra, come se nulla fosse successo. Non sembra contemplare la possibilità che io semplicemente non la voglia. Per lei, ogni mia resistenza pare diventare un motivo per rilanciare la proposta con argomenti ancora più provocatori.
Mi giro improvvisamente, cogliendola alla sprovvista: «Voglio una mia coetanea. Te l'ho già detto, punto. Hai fatto il tuo tempo. Adesso è tempo di altre. Vuoi cazzi che sborrano molto? Devi accontentarti dei cessi. In quel caso, troverai anche cessi che sborreranno tanto».
La mia risposta è dura e volutamente definitiva. Sono esasperato dalla sua insistenza e voglio interrompere questa continua contrattazione sul mio desiderio. Non intendo discutere delle sue capacità né confrontarla con Giulia o con l'altra Giulia. Le sto dicendo che non la voglio e che nessuna delle sue offerte cambierà la mia decisione.

Deborah alza la voce: «Valerio, Giulia non è praticamente capace di fare i pompini. Tossisce quando le va la sborra in gola. Ha l'istinto di sputarla. Non è ancora capace. Antonio si lamenta un casino di lei. Ci mette un sacco a farlo venire con la bocca. Certe volte Antonio non sborra proprio e deve metterle il cazzo nella figa, per venire. Vuoi una così? Una diciottenne non è capace a farli come li so fare io. Io sono bravissima a farli. Fattene fare uno, vedrai che non potrai più farne a meno».
Per convincermi, racconta particolari intimi della vita sessuale di Giulia e Antonio, confermando praticamente la versione di Fiammetta.
Non posso fare a meno di ricordarle una cosa: «Ho già l’altra Giulia che me li fa. Ed è bravissima».
Pronuncio la frase con decisione, perché voglio chiudere definitivamente ogni possibilità di trattativa.

Deborah si avvicina a me e mi dà un bacio sulla guancia. Non riesco a interpretarlo come un gesto spontaneo. La sua imprevedibilità mi induce a sospettare che stia cercando un altro modo per provocarmi o per riprendere il controllo del confronto.
Poi mi guarda, ridendo, come se stesse per rivelarmi qualcosa che trova particolarmente divertente: «Povero stupido. Se ci avessi detto questa cosa di Regina, ci avremmo potuto credere. Ma è impossibile che quella Giulia te l’abbia data o che ti abbia succhiato il cazzo.»
Le sue parole mi colpiscono per la sicurezza con cui mette in dubbio ciò che le ho raccontato. Rispondo con ironia, mantenendo un atteggiamento sicuro: «Sono di una famiglia molto ricca e potente, sono bello, simpatico.»
La mamma di Giulia torna a ridere. «Ma sei ancora vivo.»
Non capisco se stia alludendo a qualcosa di concreto. La guardo serio: «Anche Ramon è ancora vivo.»
Deborah non è d'accordo con me e lo sottolinea: «Ma non è la stessa cosa. E lo sai perfettamente. Tu sei il male, Ramon no.»
Rimango a guardarla, cercando di capire su che cosa si basi un giudizio tanto netto. Non riuscendo a trovare una risposta, mi limito a dirle: «Voglio andare via.»
In questo momento è tutto ciò che desidero.
Lei mi sorride: «Vai pure, Valerio. Hai voluto fare tanto il figo, ma hai fatto solamente una figura di merda. Il tuo tentativo è fallito maldestramente. Giulia ha vinto ancora una volta.»
Povera stupida. Se sapesse come ho ridotto Ciro e Samuele. Io non ho paura di nessuno. Dovrò prendere il posto di mio padre. Niente mi può spaventare. E quando indosserò il mio costume, sarò veramente invincibile. Voglio lasciarle credere ciò che vuole, per ora forse è meglio così. Se pensa di avermi sconfitto, non ho alcun bisogno di convincerla del contrario adesso. Potrei ottenere ben poco da un'altra discussione, mentre mantenere per me i miei dubbi mi permette di andarmene senza darle altre informazioni su ciò che sto cercando di capire.
Mi allontano da lei e, questa volta, non mi segue.

Mi concentro sui miei passi, cercando di non ripensare a ogni frase che mi ha rivolto; la mia mente, tuttavia, continua a tornare alle sue parole, soprattutto a quelle che riguardano Giulia e il presunto successo della figlia. È come se Deborah fosse riuscita a lasciarmi addosso qualcosa di più fastidioso della paura: il dubbio di non aver compreso fino in fondo che cosa stia succedendo e di essere ancora coinvolto in un gioco di cui ignoro le regole.
Mentre percorro il corridoio, sento un rumore. Sembra quello di una lattina che rotola. Mi fermo per un istante, cercando di capire da dove provenga. Il suono è breve, metallico, e si perde nel silenzio del palazzo: potrebbe essere un oggetto spostato accidentalmente, qualcosa caduto a terra oppure un rumore prodotto da una persona in un'altra stanza.
«Sarà solamente la mia immaginazione... Questo posto riesce a mettermi paura.»
Cerco di convincermi che non ci sia niente di strano. Dopo tutto quello che è successo, è comprensibile che io sia diventato più sensibile a ogni minimo stimolo. La tensione accumulata durante il confronto con Deborah mi porta a interpretare anche i suoni più comuni come possibili segnali di pericolo. Eppure, ammettere che sia la paura a condizionarmi mi irrita. Fino a poco prima mi ripetevo: «Non ho paura di nessuno, sono destinato a diventare invincibile e non devo preoccuparmi delle minacce di Deborah». Ora, invece, un semplice rumore è sufficiente a farmi interrompere il cammino e a costringermi a chiedermi chi possa trovarsi nelle vicinanze. Non voglio confondere la prudenza con la debolezza, ma non posso nemmeno fingere che la situazione non mi metta a disagio.

Faccio ancora qualche passo e, nuovamente, sento quel rumore.
Questa volta non riesco a liquidarlo così facilmente: il fatto che si ripeta mi costringe a prendere in considerazione la possibilità che non sia soltanto il frutto della mia immaginazione. Rallento, prestando attenzione alla direzione da cui sembra provenire. Cerco di ascoltare eventuali altri suoni, ma il silenzio che segue rende tutto ancora più difficile da interpretare. La mancanza di una spiegazione concreta mi lascia sospeso tra due possibilità: sto esagerando per colpa della tensione, oppure c'è davvero qualcuno che si muove senza farsi vedere. Ci deve essere una persona... o forse potrebbe semplicemente essere la mamma di Giulia che tenta di spaventarmi.
Accelero il passo: voglio arrivare il prima possibile all'uscita. Il desiderio di allontanarmi diventa più forte di quello di capire che cosa stia succedendo. Fino a questo momento ho cercato di ricostruire gli avvenimenti, di collegare le informazioni e di individuare le contraddizioni; adesso, invece, sento che la priorità è un'altra: uscire dal palazzo e tornare in un luogo in cui possa ragionare senza essere continuamente condizionato dall'ambiente. Non voglio ammettere che Deborah sia riuscita a spaventarmi, ma il mio comportamento parla per me. Cammino più velocemente, ascolto ogni rumore e controllo istintivamente lo spazio intorno a me. Cerco di conservare almeno l'apparenza della sicurezza, anche se, dentro di me, cresce il bisogno di sottrarmi a quella situazione.

A un certo punto sento un bisbiglio. Mi giro. Non c'è nessuno. Il corridoio sembra vuoto. Non vedo persone né movimenti che possano spiegare ciò che ho appena sentito. Rimango per qualche istante a osservare lo spazio davanti e dietro di me, cercando di individuare una porta socchiusa o qualche altro indizio. Ma non trovo nulla di evidente.
Il bisbiglio, però, mi lascia una sensazione sgradevole. È diverso dal rumore della lattina: sembra avere una componente umana, come se qualcuno avesse pronunciato qualcosa a bassa voce. Potrei essermi sbagliato, naturalmente. Il suono potrebbe essere arrivato da un'altra stanza o essersi confuso con altri rumori del palazzo. Ma, dopo le parole di Deborah sulla presenza di altre persone, non riesco a impedirmi di considerare anche l'ipotesi che qualcuno mi stia osservando.

Improvvisamente, un pallone mi passa davanti. Il movimento è così inatteso che, per un istante, resto sorpreso a seguirlo con lo sguardo. Il pallone attraversa il mio campo visivo e scompare dalla parte opposta del corridoio. Non ho visto nessuno lanciarlo, ma la sua traiettoria mi porta a escludere che si tratti soltanto di un'impressione visiva.
Una persona deve averlo lanciato: non è più la mia immaginazione.
Rimango a fissare il punto in cui il pallone è scomparso, cercando di dare un senso a quello che ho appena visto. Una parte di me vorrebbe voltarsi e proseguire senza perdere altro tempo, un'altra vorrebbe scoprire chi si nasconde—se davvero c'è qualcuno. La curiosità, però, si scontra con il timore di espormi inutilmente. Non so se qualcuno stia cercando di attirare la mia attenzione, di provocarmi o semplicemente di passare inosservato; più cerco di trovare una spiegazione, più mi rendo conto di quanto poco sappia di ciò che mi circonda.
Perché volermi spaventare? Per quale motivo?
Le domande si affollano nella mia mente. Se qualcuno sta davvero cercando di intimidirmi, deve avere una ragione. Potrebbe essere collegato a Deborah, oppure potrebbe avere a che fare con Giulia e con gli altri nomi emersi durante il nostro confronto. Ma non ho elementi sufficienti per stabilire un legame: potrei anche essere vittima di una coincidenza che, in questo momento, interpreto come parte di un disegno più grande solo perché sono già in uno stato di forte tensione.

Un attimo. C'è una cosa che non mi torna.
La frase di Deborah mi ritorna alla mente con una forza improvvisa. Mentre ero ancora nella stanza, aveva detto qualcosa che avevo considerato illogico — forse un tentativo maldestro di confondermi. Adesso, però, quel particolare sembra assumere un significato diverso. Forse sto trascurando un elemento che potrebbe aiutarmi a comprendere meglio la situazione, oppure sono talmente concentrato sulla ricerca di una spiegazione da attribuire a ogni dettaglio un'importanza eccessiva.
Eppure, la mamma di Giulia l'ha detta. È illogica come cosa. Oppure no?
Mi fermo mentalmente su questa contraddizione. Da una parte, il dettaglio mi sembra incompatibile con la spiegazione che mi sono costruito; dall'altra, non posso scartarlo soltanto perché non riesco a inserirlo nel quadro. Forse sono io a interpretarlo nel modo sbagliato.
Se ci rifletto bene, è possibile. Il pensiero mi obbliga a fare un passo indietro rispetto alle mie convinzioni: non devo cercare il pelo nell'uovo per inseguire un'illusione.
Però non mi torna. La cosa è proprio illogica. Devo tenere conto di quanto mi è stato detto. E poi, non è solamente quello: ci sono anche altre cose strane.
Se sono due facce di una stessa moneta, quella moneta ha quel valore. E se una faccia fosse falsa?
Non posso ancora rispondere. So soltanto che qualcosa, nel quadro che mi sono costruito, non torna.

Arrivo finalmente all'uscita. Dopo tutto quello che è successo, raggiungere il portone mi provoca un senso di sollievo. Sono convinto che, una volta fuori, potrò lasciarmi alle spalle quel corridoio, i rumori inspiegabili e i dubbi che Deborah mi ha lasciato.
Proprio quando penso di essere riuscito ad allontanarmi senza ulteriori complicazioni, una voce rompe improvvisamente il silenzio: «Fermo».
Finalmente un complice di Deborah è uscito allo scoperto. Il pensiero mi attraversa la mente prima ancora che riesca a ragionare. Ma quello che vedo non corrisponde alla mia aspettativa: è la polizia.
La sorpresa è immediata. Per un istante, tutta la tensione accumulata cambia direzione: non mi trovo davanti la persona che temevo di incontrare, ma due agenti che sicuramente vogliono sapere che cosa stessi facendo nell'edificio.
Un agente mi domanda: «Cosa stavi facendo?».
Gli rispondo: «Ho visto il portone aperto e sono venuto a controllare. Ci lavora la mamma di una mia amica».
La mia risposta è costruita per apparire semplice e plausibile. Cerco di non mostrare il disagio che provo, perché temo che un atteggiamento troppo nervoso possa suscitare ulteriori sospetti.
L’altro agente mi domanda: «Perché non ci hai chiamato subito?».
Mento spudoratamente: «Non ci ho pensato subito. E poi, cosa avrei dovuto rubare in questa scuola?».
Cerco di rendere la mia risposta convincente, quasi che la domanda stessa sia esagerata. Devo restare lucido e non lasciarmi trascinare dalla paura di essere frainteso.
Uno dei due mi dice: «Comunque dobbiamo portarti in questura, per farti altre domande e stendere il verbale».
Anche se non mi stanno accusando apertamente di aver commesso un reato, devo seguirli e chiarire la situazione. Cerco di non reagire in modo impulsivo: oppormi o mostrare irritazione non servirebbe a nulla. Per il momento, la cosa migliore è collaborare e aspettare che gli accertamenti chiariscano quanto accaduto.
Mentre salgo in macchina, mi accorgo che Giulia e Antonio assistono alla scena.

La cosa si è risolta abbastanza in fretta: gli agenti hanno preso i miei dati e mi hanno creduto. Anche perché la porta non era stata forzata e, dunque, non c’è stato alcun tentativo di scasso. Il fatto di essere stato portato in questura non è ciò che continua a preoccuparmi maggiormente; quello che mi pesa davvero è tutto ciò che è successo prima e, soprattutto, ciò che ancora non riesco a spiegarmi. La notte, ovviamente, non riesco a prendere sonno. Non vedo l’ora che arrivi Halloween per indossare il mio costume.

Il giorno dopo non vado neanche al bar. Decido di arrivare leggermente in ritardo, così da non trovare nessuno che possa cercare di farmi il lavaggio del cervello. Dopo quello che è successo, preferisco evitare conversazioni che potrebbero confondermi ulteriormente: non mi fido più facilmente delle spiegazioni degli altri e voglio avere il tempo di ragionare senza interferenze.
Entro in classe a testa bassa, non in segno di resa, ma perché non voglio guardare le altre persone e crearmi ancora maggiore confusione in testa. Cerco di evitare gli sguardi dei miei compagni senza dare l'impressione di essere intimorito; non voglio che qualcuno interpreti il mio comportamento come un segno di debolezza.
Nell'intervallo resto in classe. Non voglio assolutamente uscire e assistere a incontri con terze persone: il mio piano deve continuare senza intoppi. Devo inoltre mostrarmi arrabbiato, altrimenti potrebbero sospettare. Giulia è più sveglia di quanto pensassi.
Sono convinto che mantenere un atteggiamento distaccato e arrabbiato possa impedire agli altri di capire che cosa sto pensando. Non so se i miei sospetti siano fondati, ma preferisco non espormi finché non avrò le idee più chiare.

Improvvisamente Michele viene al mio banco: «Valerio, devi venire con me. La mamma sta parlando con uno».
La sua richiesta non mi coglie di sorpresa. Sicuramente è una trappola, ma devo seguirlo: se non lo facessi, inizierebbe la processione di Giulia e delle sue amiche. Devo stare al loro gioco, almeno per ora, perché voglio capire che cosa stia succedendo.
Arriviamo nel corridoio e c'è Giulia appoggiata al muro, con Antonio lì vicino. Ci fermiamo a qualche metro di distanza; la loro presenza mi mette immediatamente in allerta.
Michele mi chiede: «Papà, chi è quell'uomo?».
Sembra aspettarsi che io risponda, ma è ancora troppo presto per entrare in gioco. Infatti, girandosi, Michele non mi trova più: mi sono già allontanato.
Va bene stare al gioco, ma se accettassi subito, Giulia si insospettirebbe. Devo ricordarmi di come sia stata sveglia con l'altra Giulia.

Vado a sedermi in un'aula vuota.
Giulia mi raggiunge quasi subito: «Valerio, lo facciamo per il tuo amico. Poi ci liberiamo di Antonio».
Io non sono convinto che le cose siano così semplici: «No, Giulia. Gli hai fatto anche i pompini. Non dirò nulla a Brando, ma lasciatemi perdere o mi vendicherò».
Le rispondo con durezza perché deve convincersi della mia indisponibilità a prendere parte al suo piano.
Mi risponde: «Valerio, Antonio mi ha praticamente costretta. Non mi piace assolutamente farli».
La sua spiegazione introduce un elemento che non posso verificare. Potrebbe essere sincera, ma non voglio accettare le sue parole senza capire perché continui a partecipare a una situazione che sostiene di non volere.
Le faccio presente la cosa più ovvia: «Allora denuncialo».
Il silenzio è la sua risposta. Probabilmente anche lei non riesce a trovare una spiegazione logica.
Prendo e sto per uscire dall'aula, quando la mia compagna di scuola si mette davanti alla porta: «Valerio, se tuo padre lo scoprisse, sarei finita. Se lo denunciassi, scoppierebbe uno scandalo e tuo padre non mi vorrebbe più. Sarebbe finita per noi due».
Il suo timore non cambia la mia posizione. Non voglio che la paura dello scandalo diventi una ragione per continuare la loro relazione: «Devi chiudere oggi».
Scuote la testa: «Prima aiutiamo Michele».
Giulia continua a mettere Michele al centro della questione; lui è il fulcro della trappola.
Insisto: «Usiamo Ferdinando».
Propongo un'alternativa, che viene ovviamente rifiutata: «No, Michele ormai ha in testa Antonio, come figura di mio amante. Non si può cambiare».
La sua risposta mi conferma che è una trappola.
Devo continuare a seguire il mio copione: «No, Giulia. Io non mi presterò, e tu non puoi obbligarmi. Potete usare un altro che impersoni il papà di Michele».
Nuovamente la mia compagna di scuola scuote la testa: «Ormai Michele ha già fatto tutte le associazioni. È impossibile cambiare i protagonisti. Te l’ho già detto».

Sulla porta dell’aula si affaccia Antonio. La sua comparsa interrompe il confronto con Giulia, ma non mi sorprende. Per un istante, Giulia si gira a guardarlo, poi torna a guardare me. Non dice nulla. Antonio, invece, rimane sulla soglia, osservandoci in silenzio, come se volesse capire quanto ha sentito e in quale situazione si è inserito. Avverto che la sua presenza cambia immediatamente l’atmosfera.
Prendo la parola io: «La tua apparizione è proprio arrivata al momento giusto. Antonio, sai che l’altra sera sono stato aggredito?»
Mi risponde: «Certo, Valerio, che lo so».
La sua risposta è immediata, priva di esitazioni. Non sembra particolarmente preoccupato di quello che mi è successo.
Giulia interviene: «E cosa c'entra, Valerio? Sappiamo tutti che è stato Michele».
Il suo tentativo di riportare la conversazione su una spiegazione già condivisa mi conferma che vuole impedirmi di sviluppare il discorso. Forse teme dove voglio arrivare, oppure è convinta che, insistendo sulla responsabilità di Michele, riuscirà a rendere irrilevante qualsiasi altra possibilità.

Mi sposto verso la finestra e do loro le spalle. Rimango in silenzio per circa un minuto, lasciando che l’attesa faccia il suo effetto. Non voglio affrontarli guardandoli direttamente, almeno per il momento; ho bisogno di controllare quello che sto per dire e, soprattutto, di non lasciar trapelare troppo facilmente le mie intenzioni.
Il silenzio, inoltre, li costringe a chiedersi che cosa mi passi per la testa.
So che Giulia mi sta osservando e immagino che Antonio stia aspettando una spiegazione.
Quando finalmente comincio a parlare, continuo a guardare fuori dalla finestra, come se stessi raccontando qualcosa che riguarda una persona ormai distante da me: «Dovete sapere che, da quando sono finito in ospedale, il mio cervello e i miei sensi non funzionano più come prima. Ieri sera sono entrato in una scuola perché pensavo ci fossero dei ladri. Ormai faccio cose senza senso; il mio cervello non funziona più, è un po’ come quello di Michele. E purtroppo non è possibile fare rappresentazioni per guarire, nel mio caso. Come avete visto, mi hanno portato in centrale e tu, Giulia, te ne sei sbattuta totalmente. Hai preferito rimanere accanto ad Antonio, piuttosto che chiedermi cosa fosse successo e se avessi bisogno di aiuto».»
Non mi limito a raccontare un episodio: voglio mettere Giulia davanti al suo comportamento. Non so se sia stata indifferenza, paura di esporsi o la volontà di non compromettere il rapporto con Antonio. Quello che so è che, dal mio punto di vista, il suo silenzio ha assunto un significato preciso. E ora voglio vedere come proverà a giustificarlo.
Giulia ci prova: «Valerio, ascoltami. Secondo te, i poliziotti mi avrebbero ascoltata? Immaginavo che fosse per un motivo simile e, quando ti ho visto all'università, ho capito che era andata come avevo pensato».
Cerca di presentare la propria condotta come il risultato di una valutazione razionale. In questo modo, sposta l'attenzione dal fatto che non mi abbia cercato alla convinzione che non avrebbe potuto fare nulla. È una distinzione che, per lei, forse è sufficiente a sentirsi meno responsabile; per me, invece, non risponde alla questione principale. Non le avevo chiesto di intervenire davanti ai poliziotti, né di risolvere la situazione. Avrei voluto almeno un segno di interesse, una domanda, un messaggio. Qualcosa che dimostrasse che la mia sorte non le era del tutto indifferente.
Cerco di trasmetterle questo concetto: «Non ti sei neppure preoccupata di mandarmi un messaggio. Hai aspettato l'intervallo per vedere se c'ero. Non te ne fregava nulla. Non serve che fingi più con me».
La risata mi permette di nascondere almeno in parte la tensione, ma è anche un modo per comunicare a Giulia che non intendo accettare passivamente la sua spiegazione. Voglio che capisca che ho notato i suoi comportamenti e che non sono più disposto a interpretarli sempre nel modo più favorevole a lei.

Questa volta interviene il mio compagno di classe: «Valerio, ma anche se fosse così, tu hai capito cosa ti ho detto ieri sera? Hai scoperto dei pompini che Giulia mi fa e ora ti metti a piangere su delle stupidaggini? Valerio, con Giulia è finita e lo sai anche tu. Io ho vinto e tu hai perso”.»
Il suo modo di parlare è deliberatamente provocatorio. Definire stupidaggini le mie preoccupazioni significa sminuire quello che provo, mentre dichiarare di aver vinto serve a ribadire la propria superiorità davanti a entrambi. È come se avesse bisogno che io riconosca la sua vittoria: la mia eventuale indifferenza, infatti, gli toglierebbe parte del piacere di provocarmi.

Giulia torna a guardarmi in rigoroso silenzio. Non interviene per contraddire Antonio, ma neppure conferma apertamente quello che dice. Il suo atteggiamento mi mette davanti a un’altra ambiguità: poco prima cercava di convincermi a collaborare, mentre adesso lascia che Antonio presenti la nostra relazione come qualcosa di definitivamente concluso.
Non è questo, comunque, il momento di soffermarmi su di lei o su ciò che potrebbe provare.
Ho un obiettivo preciso e non voglio perderlo di vista: «Lo so, e non è quello il problema. Lasciatemi finire. Visto che ero in questura, ho pensato di raccontare della mia aggressione: ho detto di essere stato accoltellato, ma di non ricordare chi sia stato. Dopo lo svenimento ho come dei vuoti. Ovviamente mi hanno accompagnato in ospedale per farmi ulteriori controlli e per le varie scartoffie burocratiche. Di quel aggressione, per ora, so dirvi molto poco.»

Antonio mi guarda: «Valerio, ma si può sapere cosa stai farneticando? È stato Michele, e lo possiamo testimoniare tutti».
La sua reazione è più energica di quanto richiederebbe una semplice precisazione. Inoltre, la sua irritazione mi offre un'indicazione sul modo in cui percepisce la situazione: non vuole che il dubbio prenda piede.
Mi giro a guardarlo: «E che movente avrebbe? Vuoi andare a dire che mi ha accoltellato, idealizzandomi in suo padre?».
La domanda è volutamente scomoda. Se Antonio e gli altri intendono sostenere che Michele mi abbia aggredito perché mi identifica con suo padre, dovranno spiegare come siano arrivati a questa conclusione e su quali elementi si basi. Io, invece, posso limitarmi a sottolineare che non ricordo l'aggressore e che non voglio accettare automaticamente la versione che mi viene proposta.
Giulia interviene: «Valerio, ma sei impazzito? La polizia indagherà e potrebbero chiamarci in questura per farci delle domande».
Allargo le braccia: «Lo so, per questo vi ho avvisati. Così potete preparare prima la vostra storiella».
Voglio vedere come reagiscono alla possibilità di dover rispondere alle domande della polizia.

Giulia si rivolge ad Antonio: «Lasciami da sola con Valerio. Voglio parlargli».
La richiesta interrompe il confronto proprio quando la tensione comincia a diventare evidente. Giulia vuole allontanare Antonio, ma non so se lo faccia per potermi parlare senza interferenze, per evitare che lui aggiunga altro o perché ritiene necessario gestire personalmente la situazione. Antonio, fino a questo momento, ha cercato di dominare la conversazione, mentre Giulia ha alternato tentativi di convincermi e silenzi difficili da interpretare. Adesso è lei a voler riprendere il controllo del dialogo.
La guardo, consapevole che restare soli potrebbe permetterle di mostrarmi un lato diverso oppure offrirle l'occasione di convincermi ancora una volta. Non ho intenzione di decidere in anticipo quale delle due cose accadrà: prima voglio ascoltare quello che ha da dirmi.
Scuoto la testa: «L’intervallo sta per finire».
Mi sposto, passando accanto ad Antonio, e lo fisso negli occhi. Non ho intenzione di prolungare questa conversazione, ma il mio atteggiamento sembra irritarlo.

Improvvisamente, mi prende per il colletto del maglioncino: «Valerio».
Non aggiunge nient’altro. Mi guarda in silenzio. Io lo guardo, ma non allontano le sue mani. Resto solamente a fissarlo.
Non reagisco alla sua presa. Voglio capire fino a che punto sia disposto a spingersi e, soprattutto, non voglio dargli la soddisfazione di vedermi intimorito. Il silenzio tra noi diventa una sfida, mentre le sue mani continuano a stringere il tessuto del mio maglioncino.
Nuovamente Giulia interviene: «Antonio, lascialo. Rischi solamente di peggiorare la situazione».
Le mani del mio compagno di classe non si levano dal mio maglioncino. La sua esitazione, se così si può chiamare, non dura abbastanza da rassicurarmi.

Decido allora di aggiungere un particolare che potrebbe cambiare il suo atteggiamento: «La polizia mi ha chiesto se qualche mio compagno di scuola gira con il coltello».
Lo sguardo di Antonio diventa molto più duro: «Cosa vuoi, Valerio?».
Lo guardo senza esternare alcuna emozione: «Essere lasciato in pace. Tutto qui. Non voglio più sentire parlare di Michele, te e Giulia. Se vi riavvicinerete a me, i ricordi riaffioreranno. Ti ricordi che mi hai già aggredito e che sono finito in ospedale? Hai un movente, inoltre. E bello solido».
Voglio che Antonio capisca che la sua aggressività potrebbe ritorcerglisi contro.
Giulia ha una risata isterica: «E dunque, Valerio, vuoi far fuori Antonio, mandandolo in prigione?».
Non la guardo neppure. Continuo a fissare il mio compagno di classe. Aspetto qualche secondo, lasciando che la domanda di Giulia rimanga senza risposta, poi gli dico: «Non è mio interesse farti fuori. Se resterete fuori dal mio perimetro, non correrai questo rischio».
Giulia si avvicina, portando la faccia vicina alla mia e a quella di Antonio: «Ti ho già detto che chiudo con lui, quindi il discorso non sussiste neppure».
La sua vicinanza mi mette a disagio, ma non voglio che interpreti il mio silenzio come un cedimento: «Anche tu dovrai rimanere fuori dal mio territorio. L’altra Giulia non vuole più che io ti frequenti. E io non sono come te, che dici una cosa a Brando e poi la disattendi. Non obbligatemi a farvela pagare».

Giulia sembra ignorare il mio rifiuto e torna a insistere sulla rappresentazione: «Valerio, ti chiedo solo di fare quella cosa per far guarire Michele. Niente altro. Poi rimarremo solamente io e te. Oggi pomeriggio tu, Ferdinando e Fiammetta verrete a casa mia. Condurrò io il gioco, così vedrai che sarà una semplice recita dove non succederà nulla. Quello che succederà oggi lo replicheremo io, te, Antonio e Michele. Poi loro due scompariranno dalla nostra vita per sempre. Ieri sera ho sbagliato a non esserci, ma non pensavo che Fiammetta si mettesse a dirti quella cosa, mandando tutto all'aria. Con me non ci saranno ulteriori intoppi».
La promessa che, dopo quella recita, resteremo soltanto noi due dovrebbe rassicurarmi, ma non basta a cancellare i miei dubbi. Giulia continua a presentare il piano come qualcosa di semplice e innocuo, chiedendomi di fidarmi ancora una volta di lei. Eppure, poco prima, Antonio mi ha afferrato per il colletto e lei ha dovuto intervenire. Non vedo perché dovrei credere che, nel pomeriggio, tutto andrà necessariamente come sostiene.
La guardo e poi guardo Antonio. Mi limito a dire: «Ti do una risposta all'uscita di scuola».
Non voglio prendere una decisione sotto pressione. Giulia può insistere quanto vuole, ma per il momento non le concedo né un sì né un no. Ho bisogno di allontanarmi da entrambi e riflettere senza averli davanti.
Giulia avvicina la sua mano alla mia: «Valerio, torniamo nelle nostre classi».
Guardo la sua mano, ma decido di allontanare la mia: «Iniziate ad andare, vi raggiungo».
Il mio gesto è intenzionale: non voglio che la sua vicinanza venga scambiata per una riconciliazione. Giulia dovrà aspettare la mia risposta, mentre io cerco di riprendere il controllo di una situazione che, ancora una volta, lei vorrebbe dirigere.
Antonio mi guarda. Poi prende la mano di Giulia: «Andiamo».
Lei si lascia tirare, senza staccarmi gli occhi di dosso. Rimango a osservarli mentre si allontanano, convinto di essere riuscito, almeno per il momento, a far capire a entrambi che non possono continuare a decidere al posto mio.
Mi faccio i complimenti da solo. Direi che sono stato bravissimo. Aspetto una decina di secondi ed esco anche io dal aula.

È ora di tornare in classe, ma appena entro trovo Antonio che mi aspetta: «Valerio, spero che stessi recitando».
Lo guardo, rimanendo freddo: «L’importante è che tu abbia capito che dovrai sparire, a un certo punto. Ho voluto solamente ricordartelo. Non sono sicuro che tu l’abbia capito bene».
Dopo qualche secondo di incertezza, abbozza un sorriso: «Stai tranquillo, Valerio. Quando me lo dirai, scomparirò».
Fa per tornare al proprio posto, ma lo fermo, mettendogli una mano sul braccio: «Non mi è piaciuto assolutamente il discorso dei pompini».
Mi guarda, rimanendo serio: «Valerio, quando si scopa, devi capire che...» Si interrompe improvvisamente.
Guarda un attimo intorno a sé, poi torna a fissarmi: «Valerio, è meglio non parlarne. Non chiedermi nulla. Peggioreremmo le cose e renderemmo tutto più difficile».
La sua esitazione aumenta la mia irritazione. Ogni volta che provo a capire che cosa sia successo tra lui e Giulia, Antonio si ferma prima di arrivare al punto. Non so se voglia proteggere lei, sé stesso o entrambi, ma non ho intenzione di lasciar cadere la questione.

Gli domando a bruciapelo: «Ti ha dato anche il culo?»
Lui mi guarda, quasi sorpreso dalla mia domanda, e tentenna nel rispondermi.
La sua reazione mi fa insistere: «Allora, vuoi rispondermi?»
Mi mette una mano sulla spalla.
Io la allontano subito: «Ti ho fatto una domanda. Rispondimi.»
Finalmente farfuglia qualcosa: «Valerio, ti ho già detto che è meglio non parlare di queste cose.»
Lo guardo con uno sguardo carico d’odio: «Meglio per chi, scusa?»
Resta ancora in silenzio. La sua reticenza mi esaspera: non riesco a sopportare che continui a trattarmi come se non avessi il diritto di sapere.
Questa volta gli tiro una spinta: «Parla.»
In classe si girano tutti a guardarci. La tensione è alle stelle.
Antonio mi prende per un braccio: «Valerio, andiamo un attimo in bagno. Non mi va di parlarne qui.»
I nostri compagni e le nostre compagne ci seguono con lo sguardo mentre usciamo.

Non facciamo in tempo ad allontanarci, che vedo Giulia ancora fuori dal aula. Ci viene incontro: «Ma cosa sta succedendo?»
Antonio la fulmina con lo sguardo: «Niente. Dobbiamo parlare di una cosa, io e Valerio. Non è un argomento da femmine.»
Questa volta Giulia non si lascia mettere da parte: «Antonio, ci metto un attimo a chiamare Jose e tutti gli altri miei compagni di classe.»
Antonio la guarda malissimo: «E allora discutetene voi due soli», e si allontana.

Io e Giulia rimaniamo a debita distanza dalle persone ancora in corridoio. Lei mi guarda, in attesa di una spiegazione: «Allora Valerio, cosa succede?»
Non mi tengo dentro più nulla: «Giulia, dopo che ho scoperto che hai dato la bocca ad Antonio, gli ho chiesto se gli hai dato anche il culo».
Giulia rimane in silenzio per una decina di secondi, poi mi dice: «Valerio, voglio essere sincera con te. Non è più tempo di mezze frasi o bugie, anche perché poi ci sono sempre gli imprevisti. Tipo Fiammetta, che non si è fatta gli affari suoi: lei non avrebbe mai dovuto dirti quella cosa. Oggi Fiammetta verrà a casa mia, ma non mi fido più di lei».
La sua ammissione mi lascia perplesso. Ancora una volta sembra più preoccupata per il fatto che Fiammetta abbia parlato che per quello che io ho scoperto. È come se il problema principale fosse impedire che le informazioni circolino, anziché affrontare apertamente le conseguenze delle sue scelte.
«Praticamente la usi» esclamo.
Giulia annuisce: «Esattamente, Valerio. Altrimenti avrei chiuso con lei dopo ieri sera. Non voglio essere io a fare da cavia con Ferdinando, altrimenti la situazione peggiorerebbe. Parteciperò il minimo indispensabile quando ci saranno Antonio e Michele. Halloween si sta avvicinando: dopo quel giorno, tutto andrà a posto».
La ascolto senza interromperla. Il suo piano sembra avere una scadenza precisa, Halloween, dopo la quale ogni cosa dovrebbe sistemarsi. Ma non mi spiega davvero che cosa accadrà quel giorno, né perché sia così importante. Spalanco gli occhi per farle capire che non sono soddisfatto e che le sue parole non bastano a chiarire i miei dubbi.
«Cosa c’è, Valerio?» mi domanda.
Le rispondo: «Giulia, però non hai risposto alla mia domanda».

Mi guarda intensamente per una decina di secondi. Poi si gira dal altra parte e inizia a parlare, senza guardarmi in faccia. Non riesco a capire questo suo gesto, mentre lei abbozza una risposta: «Valerio, come immaginerai, me lo ha chiesto, ma gli ho detto tassativamente di no».
Le domando: «E perché non mi guardi in faccia?».
Torna a guardarmi d'impulso: «Valerio, provo già abbastanza vergogna, te lo assicuro. Non rendere tutto più difficile. Avresti dovuto già immaginare che gli avessi detto no, ma hai voluto lo stesso chiedermelo per umiliarmi. Sei veramente cattivo».
La sua reazione mi sorprende: invece di limitarsi a rispondermi, Giulia mi accusa di volerla umiliare. Non so se sia soprattutto imbarazzata o arrabbiata, ma deve assumersi le proprie responsabilità. E così ironizzo: «Come gli hai detto no sui pompini».
Mi tira uno schiaffo. Mi tocco la guancia e poi le dico: «Ti sei intromessa tu, io avrei chiesto ad Antonio».
Giulia si limita a dirmi in modo glaciale: «Ti aspetto alle quattro, a casa mia».

Torno in classe. Antonio sta guardando verso la finestra. Mi avvicino a lui e sto per attirare la sua attenzione, quando decido di desistere: non ho voglia di ricominciare a discutere con lui davanti ai compagni. Mi siedo al mio banco cercando di concentrarmi sulle lezioni, anche se continuo a pensare all'appuntamento del pomeriggio.

Alle quattro arrivo a casa di Giulia. Fiammetta e Ferdinando sono sotto che aspettano. Tra i due non c’è dialogo. Fiammetta guarda il proprio cellulare.
Ferdinando, invece, si avvicina subito a me: «Valerio, oggi non fare il cretino. Se partecipi anche tu, ce le facciamo entrambe».
Gli do una piccola spinta: «Stupido ciccione, ma non hai ancora capito che noi non decidiamo proprio niente? Decide tutto Giulia».
Il mio compagno di classe mi rimprovera: «Valerio, cosa fai ancora il moralista? Antonio si scopa Giulia regolarmente. Se te la scopi, gli fai un dispetto».
Mi fermo un attimo. Le parole di Ferdinando mi fanno riflettere, anche se non voglio dargli la soddisfazione di ammetterlo. Fiammetta si accorge della mia esitazione: «Cosa c’è, Valerio?».
Sono ancora immerso nei miei pensieri. Sto cercando di capire che cosa mi aspetto davvero da questo pomeriggio e quanto sia disposto a farmi coinvolgere nel piano di Giulia.
La mano di Fiammetta mi scuote e mi riporta alla realtà: «Valerio, tutto bene?».
La guardo in silenzio. Fiammetta spalanca gli occhi in segno di stupore.
«Sì, stai tranquilla».
Nuovamente Ferdinando mi dice: «Valerio, fai l’uomo».
Lo guardo malissimo: «Stupido ciccione, chiudi il becco».
Fiammetta interviene: «Ragazzi, calma. Tenete le energie per dopo».
Il mio compagno di classe le dice: «Non ti preoccupare. Sarò un uragano».
La mia compagna di classe scoppia a ridere. Ferdinando le sorride soddisfatto, evidentemente convinto di averla divertita.
Non riesco a trattenermi e gli faccio presente: «Guarda che ti sta prendendo per il culo».
Ferdinando storce la bocca guardando Fiammetta, che mi guarda con un mezzo sorriso. Per un momento la tensione tra noi si allenta.
Questa volta sono io a dire: «Andiamo?».
Giulia ci fa subito entrare.

Giulia indossa un maglioncino bianco abbinato a un paio di jeans chiari e a delle scarpe da ginnastica bianche. Il suo è un abbigliamento semplice e informale, adatto a un pomeriggio trascorso in casa con gli amici. Il maglioncino mette in evidenza il suo seno vistoso, senza che il resto del look risulti particolarmente appariscente.
Fiammetta, invece, indossa un maglioncino fucsia che spicca immediatamente per il colore vivace, abbinato a dei pantaloni elasticizzati aderenti neri e ad anfibi dello stesso colore. Il suo abbigliamento ha un aspetto più deciso e grintoso. Anche il suo seno è vistoso e risalta sotto il maglioncino, creando un contrasto con la semplicità dei pantaloni elasticizzati neri.

Andiamo a sederci. Io scelgo la poltrona, Ferdinando si accomoda sul altra, mentre Fiammetta prende posto sul divano. Giulia, invece, viene a sedersi sul bracciolo della mia poltrona. La sua vicinanza mi mette subito in allerta: ormai conosco il suo modo di presentare le cose con sicurezza, come se tutto fosse già stato deciso e a me spettasse soltanto accettare.
Mi guarda e poi mi dice: «Valerio, adesso ti spiego bene cosa succederà. Con loro evitiamo di fare qualsiasi introduzione e andiamo subito al sodo. Quando invece ci saranno Antonio e Michele, ci sarà qualche scena introduttiva di dialogo. Però quelle non riusciamo a farle per due motivi: il primo è che tra Ferdinando e Fiammetta c’è zero feeling, dunque non servirebbero a nulla; il secondo motivo è che sono scene dove non c’è niente a cui ti devi abituare. Direi che ti sei già abituato abbastanza». Si interrompe.
Già. Mi sono già abituato abbastanza a vederla in giro a fare la troia con Antonio, con il quale ha feeling. Lei e Antonio non avranno neanche bisogno di recitare, perché il feeling c’è. Eccome se c’è. Mi hanno umiliato e continuano a umiliarmi in continuazione. Il pensiero mi provoca una fitta di rabbia, ma cerco di non lasciarla trasparire. Non voglio che Giulia capisca quanto le sue parole riescano ancora a ferirmi.
Giulia riprende a parlare: «Adesso Fiammetta e Ferdinando andranno in camera mia. Noi aspettiamo cinque minuti e poi li raggiungeremo in camera. A quel punto tu dovrai intervenire, evitando che Ferdinando si faccia Fiammetta. Ovviamente, Valerio, è solamente finzione, dunque non ci sarà bisogno di usare la forza o le cattive maniere. Dovrete limitarvi a prendervi per la maglia per qualche secondo e poi tutto finirà. Anche con Antonio e Michele sarà così: tu dovrai evitare che accada l’atto sessuale. Ovviamente Antonio e Ferdinando non opporranno resistenza, perché sono ben consapevoli del nostro punto di vista. Non saranno necessarie tue sceneggiate o lamentele, perché i ragazzi non si scosteranno di un millimetro da quanto ti ho detto».
Sospiro. La spiegazione di Giulia dovrebbe tranquillizzarmi, ma, più ascolto i dettagli del piano, più mi sembra di essere trascinato dentro una situazione in cui tutti conoscono già la propria parte, tranne me. Lei continua a ripetere che non ci saranno imprevisti; eppure, le esperienze precedenti mi hanno insegnato a non fidarmi troppo delle sue rassicurazioni.
Giulia si accorge delle mie perplessità: «Cosa c’è, Valerio?»
Sono sempre più convinto che sia una trappola: «Giulia, pensando alle esperienze passate, nulla è mai andato come sarebbe dovuto andare.»
Mi guarda: «Valerio, se qualcosa andasse storto, ti perderei per sempre. Ne sono consapevole.»
Aspetto a rispondere. Sono certo che con Fiammetta e Ferdinando andrà tutto come previsto; il problema sarà con Antonio. Oggi mi daranno un contentino per farmi stare tranquillo.
La loro speranza è che io abbassi le difese, affinché con Antonio e Michele tutto possa andare storto. E dopo che Antonio si scoperà Giulia davanti a me, nel ruolo di guardone, l’accettazione della loro relazione sarà implicita da parte mia. Potrò lamentarmi? No. Se dicessi qualcosa, tutta la scuola lo verrebbe a sapere e mi sputtanerei per sempre. Già così, sono lo zimbello di tutti.
Per raccogliere l’eredità di mio padre, devo recuperare la mia dignità e tornare a essere rispettato a scuola. Non posso permettere che siano ancora gli altri a stabilire il mio ruolo, decidendo quando devo tacere e quando devo accettare ciò che mi ferisce. Loro credono di farmi cadere in trappola, ma questa volta andrà diversamente. E poi, Halloween si avvicina.

Una mano di Giulia inizia a passare davanti alla mia faccia, cercando di richiamare la mia attenzione. Per qualche istante sono talmente immerso nei miei pensieri da non riuscire a concentrarmi completamente su di lei. Continuo a valutare mentalmente quello che sta per succedere, cercando di prepararmi a ogni possibile imprevisto.
Giulia sembra accorgersi della mia distrazione e vuole assicurarsi che io sia ancora presente, almeno con la testa: «Valerio, ci sei?»
Annuisco.
Lei riprende a parlare: «Ferdinando e Fiammetta sono andati in camera. Cinque minuti e li raggiungiamo. Io non interverrò, salvo che Ferdinando non impazzisca. Vedrai che sarà una cosa semplicissima.»
La ascolto, cercando di capire quanto sia realmente sicura di quello che sta dicendo. Il suo tono è tranquillo, quasi rassicurante, come se tutto fosse già stato stabilito e non ci fosse alcuna possibilità che qualcosa vada storto. Io, invece, non riesco a liberarmi del sospetto che la situazione possa prendere una piega diversa da quella che mi è stata descritta. Dopo le esperienze passate, ho imparato a non fidarmi troppo delle rassicurazioni altrui. Eppure, per il momento, preferisco non mostrare apertamente i miei dubbi.
La guardo dal basso verso l’alto: «Sarà.»
La mia risposta è breve e non nasconde una particolare convinzione. Non ho intenzione di discutere con lei, ma nemmeno voglio fingere di essere completamente tranquillo.
Improvvisamente Giulia si mette a ridere. Si alza e si mette una mano davanti alla bocca per nascondere la risatina. Il suo comportamento mi sorprende: non capisco che cosa abbia trovato di divertente, soprattutto in un momento in cui io sto cercando di mantenere il controllo delle mie emozioni. La sua risata mi mette immediatamente in allarme. Mi domando se stia ridendo per qualcosa che riguarda me o se le sia semplicemente venuta in mente una battuta.

Le domando: «Cosa c’è, Giulia?»
Mi risponde: «Valerio, scusami tanto. Stavo pensando che, alla fine, sarò un po’ una pervertita anche io, oggi.»
La guardo malissimo. La sua battuta mi irrita perché tocca un argomento che per me è tutt'altro che divertente. L'idea di assistere a qualcosa che potrebbe ferirmi è già abbastanza difficile da sopportare, senza che lei ci scherzi sopra. Ho la sensazione che Giulia non comprenda fino in fondo quanto io sia in difficoltà, oppure che preferisca non pensarci. Per lei, forse, questa situazione è soltanto una scena da organizzare, qualcosa che può essere affrontato con leggerezza. Per me, invece, ogni dettaglio rischia di trasformarsi in un motivo di umiliazione.
Giulia si affretta a dirmi: «Scusami, Valerio. Ho fatto solamente una battuta.»
Non voglio trasformare quella battuta in un motivo di discussione. Potrei insistere, farle notare quanto mi abbia infastidito, ma rischierei soltanto di alimentare una tensione che in questo momento preferisco evitare. Ho bisogno di capire che cosa succederà davvero e non voglio compromettere tutto prima ancora di entrare nella stanza. Per questo decido di spostare la conversazione su un aspetto più concreto, cercando di ottenere qualche informazione in più.

Le domando: «Ma tu sai già come troveremo Ferdinando e Fiammetta in camera?»
Scuote la testa: «Dipenderà molto da Ferdinando, se saprà prendere Fiammetta. Io le ho chiesto di essere un po' disponibile, e mi ha detto di sì, ma sai bene che Ferdinando è orrendo. Non è…», smettendo di parlare.
La sua interruzione non mi sfugge. Capisco che stava per fare un paragone con Antonio, ma all'ultimo momento si è trattenuta. Forse si rende conto che nominare ancora una volta il suo fidanzato potrebbe provocare una mia reazione, oppure semplicemente non vuole aprire una discussione che sa già dove potrebbe condurre. In ogni caso, il silenzio che segue mi dice più di quanto avrebbe potuto dire la frase completa. Antonio rimane il termine di paragone, quello con cui Ferdinando rischia di essere confrontato, e io non posso fare a meno di percepire quanto questa differenza pesi anche nella mia mente.
Voglio evitare di polemizzare. Se cominciassi a discutere con Giulia, rischierei di far saltare la cosa e di perdere l'occasione di vedere come andranno realmente le cose. Preferisco osservare, ascoltare e cercare di capire quanto ci sia di vero nelle sue rassicurazioni. Mi ripeto che tutto andrà sicuramente bene, altrimenti non ci sarebbe la seconda volta. È un pensiero a cui mi aggrappo per mantenere la calma, anche se non riesce a cancellare completamente la diffidenza. Una parte di me vuole credere che Giulia stia dicendo la verità; un'altra continua a suggerirmi di non abbassare la guardia.

Devo far credere che sia un guardone. Ovviamente senza esagerare. Antonio sa che non lo sono. Giulia ne è convinta, ma non posso esagerare. Se esagerassi, Antonio le metterebbe la pulce nell'orecchio.
È un equilibrio difficile da mantenere. Devo riuscire a interpretare il ruolo che si aspettano da me senza rendere la finzione troppo evidente. Antonio mi conosce abbastanza da poter riconoscere un comportamento innaturale, mentre Giulia sembra essersi già costruita un'idea precisa di me. Se mi comportassi in maniera troppo convincente, rischierei di destare sospetti; se, al contrario, apparissi troppo esitante, potrei compromettere il piano. Perciò cerco di controllare le mie reazioni, ricordandomi che, almeno per il momento, la cosa più importante è osservare senza lasciarmi trascinare dalle emozioni.
Improvvisamente sento una suoneria. È una sveglia.
Il suono interrompe i miei ragionamenti. Fino a quel momento ho potuto riflettere, valutare le possibilità e prepararmi mentalmente, ma adesso il tempo dell'attesa è finito. La sveglia rende tutto più concreto e mi ricorda che tra pochi istanti dovrò affrontare una situazione di cui non conosco ancora tutti i dettagli.
Giulia mi dice: «Valerio, è ora, andiamo». Mi alzo e la seguo.
Giulia è euforica e corre verso la sua stanza. La sua impazienza mi colpisce: sembra desiderare che arrivi subito il momento di entrare, mentre io vorrei poter disporre ancora di qualche minuto per capire se mi sto fidando delle persone giuste. Il suo entusiasmo, però, non mi offre alcuna risposta. Posso soltanto seguirla, cercando di non mostrare quanto sia ancora teso.
Arriviamo davanti alla porta e lui si sposta leggermente, facendomi capire che devo aprirla io.
Il suo gesto mi costringe a prendere l'iniziativa. Non mi dà ulteriori spiegazioni e non sembra avere dubbi su quello che devo fare: sono io a dover aprire e a entrare per primo, assumendomi il rischio di ciò che potrei trovare dall'altra parte. Per un istante resto concentrato sulla maniglia, consapevole che, una volta aperta, non potrò più limitarmi a immaginare i possibili sviluppi.
Appoggio la mano alla maniglia e faccio pressione.

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